
- Uscita
- 2024
- Regista
- Greg Berlanti
- Paese
- USA
- Durata
- 132'
Voto complessivo
I nostri voti
In breve
Qualche giorno fa ero a cena fuori con i miei cari amici Massimo Gramellini, Corrado Augias e Mattia Feltri (non confondetelo con il padre). Tra un Chianti ed una amatriciana, disquisendo su questioni elevate con le quali vorrei evitare di tediare i lettori, Corrado ha chiesto a tutti noi di declamare un aneddoto che racchiudesse in sé la massima insita nel discorso finale di Depp in Blow:
‘E quella volta che mi dicesti che i soldi non sono la realtà?’
Volendo stupire i commensali con un racconto originale, e sapendoli tutti pregni della più alta delle virtù, sua maestà l’umiltà (parole ossimoriche di quel brav’uomo di Mattia Feltri), giunto il mio turno, ho iniziato a parlare di Fly me to the Moon, ultimo film prodotto dalla grande mela di Cupertino.
Uscito un po’ in sordina nelle sale italiane lo scorso luglio, il film aveva tutte le carte in regola per rivelarsi un successo ben confezionato: Scarlett Johansson e Channing Tatum protagonisti degli interessanti retroscena della missione Apollo 11. Calata nei cangianti panni di un’esperta di comunicazione aziendale in un’America ancora irrimediabilmente sessista, Scarlett viene ingaggiata da Woody Harrelson, braccio armato del presidente degli States, per aiutare la NASA a riscattare la propria immagine agli occhi degli americani, che hanno perso fiducia ed interesse nell’ambizioso progetto di portare l’uomo sulla Luna e contestualmente battere sul tempo l’Unione Sovietica. Arrivata in Florida, conoscerà il direttore della missione Apollo 11, Channing Tatum, già coordinatore della tragica precedente missione Apollo 10, riluttante a trasformare la NASA in un’azienda piaciona verso il mercato e catchy per gli sponsor, impegnato a combattere con il ricordo dei colleghi scomparsi e con gli imprevisti che sembrano ostacolare la riuscita dell’imminente allunaggio. Le strategie di marketing adottate cominciano a funzionare e le casse rimpinguate della NASA riescono a finanziare il progetto e stabilire quindi una data di lancio. L’ultima grande intuizione commerciale diventa allora montare una cinepresa sull’Apollo per permettere a tutto il mondo di allunare in diretta con Armstrong e Aldrin. Se la cosa però non dovesse riuscire, sarebbe il più grande e forse irrimediabile fallimento americano della storia, e per giunta in mondovisione. Cosa fa allora Harrelson in accordo con il presidente? Costringe Johansson e pochi altri in gran segreto a girare in un teatro di posa un finto allunaggio da proiettare in diretta contestualmente alla vera missione, così da garantire quantomeno il successo mediatico (non ho ben capito se lo sceneggiatore stesse ridendo dei complottisti o CON i complottisti, mentre pensava e scriveva tutto questo). La storia a grandi linee è questa.
Intimidito mi sono fermato un momento, ma al buon Corrado non bastava certo una strampalata e confusa sinossi, ricca per giunta di inutili subordinate, e quindi mi ha incalzato, chiedendomi dove io volessi arrivare. La verità è che io non volevo poi arrivare lontano, esattamente come Fly me to the Moon. Il film tocca almeno 5 generi diversi: drammatico, sentimentale, storico, politico, meta cinematografico. Nessuno di questi è ben fatto, né tantomeno sufficientemente solido da supportare gli altri. La sceneggiatura sembra sempre che sia lì sul punto di stupirti, e puntualmente ti delude; questo inevitabilmente spezza il ritmo narrativo e confonde un po’ lo spettatore, e forse anche Channing Tatum, seppur famoso per i suoi tempi comici e la sua capacità di sapersi calare perfettamente nelle commedie. La formidabile e splendida Johansson ci prova in tutti i modi a sostenere da sola il peso di una produzione milionaria, ma forse le si sta chiedendo un po’ troppo. Fa la sua porca figura attoriale anche Woody, ma il suo ruolo è troppo marginale per supportare gli sforzi della protagonista. Si può certamente apprezzare la fotografia, si possono ammirare i costumi, la cui cura è riuscita ad apprezzarla anche un cane come il sottoscritto, ma non sono questi gli elementi che da soli elevano un film che è semplicemente l’emblema dell’unità lessicale, del vocabolo per eccellenza che più terrorizza i nostri giorni: mediocre.
Caro Corrado, ho detto poi io, sciolgo timidamente il nodo solo adesso:
“e quella volta che mi dicesti che i soldi non sono la realtà?”.
È la storia della Apple, Corrado, che ci crede così tanto da spendere (di nuovo) più di 100 milioni di dollari per produrre un film la cui ambizione ha superato di gran lunga il suo talento (ha riso il mio amico Augias quando a mia volta citavo per altre ragioni il film da cui egli stesso era partito), mentre Damien Chazelle, con la metà del budget e la stessa storia tra le mani, ha creato quel capolavoro di First Man, in confronto al quale Fly me to the Moon è solo il lato oscuro (in questo caso visibile) della Luna cinematografica.
Con questa chiosa e con l’applauso dei commensali si è poi avviata alla conclusione quella che a tutti gli effetti a distanza di giorni ricordo ancora come una piacevole serata in compagnia dei miei amici e stimati colleghi giornalisti.
