
- Uscita
- 2024
- Regia
- James Mangold
- Paese
- USA
- Durata
- 140 minuti
Voto complessivo
I nostri voti
In breve
L’ironia del titolo per descrivere il protagonista del film centra in pieno il bersaglio fin da quando quel bel fusto di Chalamet canta la prima canzone davanti al suo idolo ospedalizzato Woodie Guthrie: Pete Seeger (interpretato da Edward Norton) lo capisce immediatamente che Dylan diventerà qualcuno, e così è. Se volete conoscere la trama e la parabola di un artista che non credo avrà mai una fase discendente, leggete pure “Dylan Goes Electric!” Su cui il film si basa. In questa sede, ci terrei piuttosto a rimarcare aspetti e scelte narrative con quel mix tra serietà e ironia che contraddistingue questo blog.
1) L’artista maledetto. Da una parte è vero, se non si addice a lui, questo titolo, nel ‘900 si può attribuire davvero a pochi musicisti, però a Chalamet il primo giorno di riprese sembrano aver detto “recita come se ti dispiacesse aver incassato x milioni di dollari per questo film e fossi imbarazzato per questo”. E lui è bravissimo a farlo, perfino l’accento è perfetto nella sua pressoché totale incomprensibilità. Ci restituisce un personaggio schivo e costantemente dubbioso su qualsiasi cosa del mondo, tranne la propria musica, sulla quale invece la chiarezza era totale.
2) Tutto si poteva improvvisare.
Magnifici gli anni ’60, quando potevi andare a prendere la tua ragazza in una tranquilla mattina di un giorno lavorativo qualunque e dirle “Hey, sto andando a Newport, vieni” e lei scendeva; quando ti presentavi in studio di registrazione come chitarrista ma era libera solo una tastiera e allora ti sedevi e inventavi un riff che sarebbe entrato nella storia (spoiler: Al Kooper è a tutti gli effetti un tastierista, non un chitarrista). Scherzi a parte, questo aspetto appare un po’ esagerato, ma in quegli anni in fondo cosa non lo era?
3) Le case discografiche.
Qui risiede forse il più grande merito semantico del film: la lotta di Bob Dylan, artista libero, contro “quelli che decidono cos’è il folk”.
Questo particolare aspetto è quello che ha più senso nel 2025, con lo sguardo che la distanza storica permette, perché aiuta a capire quanto insensati siano alcuni attaccamenti alla tradizione, che non ne sanno cogliere il mutamento, contro le persone che lo mettono in atto senza scordarsela, la tradizione, semplicemente mettendola in secondo piano rispetto alla volontà di fare arte.
E se ve lo dice uno che non stravede per Dylan, ci potete credere un po’ di più.
Al dilà di queste caratteristiche, il mosaico di personalità che hanno contribuito a creare l’universo folk e la sua fetta di mercato musicale americano è portato magistralmente sul grande schermo, da Joan Baez a Bob Neuwirth a Johnny Cash. Per chi ha visto Cadillac Records (2008), il film si pone sullo stesso piano: più che raccontare una storia, il suo scopo è fornire uno spaccato di un’epoca, e riesce perfettamente nello scopo. I contro sono che non c’è una vera e propria trama, pur essendo il film scorrevole, e neppure i dialoghi spiccano per brillantezza, ad eccezione di quasi ogni parola che esce dalla bocca di Edward Norton, nostro profeta, e di qualche sagace battuta affidata al protagonista.
La prospettiva panoramica, insomma, impedisce al regista di approfondire troppo personaggi, storie e situazioni, ma al contempo il climax che è ricercato verso un evento in particolare della vita di Dylan (il festival Folk di Newport del 1965) rende il film, a parere di chi vi scrive, più interessante di una semplice biografia.
Film ideale per fricchettoni nell’anima, sessantottini comunisti col Rolex.
P.s: come se Chalamet non fosse già abbastanza sexy, ci dimostra pure di saper cantare e strimpellare. Non mi sembra giusto, dai.
