
- Uscita
- 2024
- Regista
- Jacques Audard
- Paese
- FRA
- Durata
- 132'
Voto complessivo
I nostri voti
In breve
Mesi prima della sua uscita in Italia, navigando senza mèta su Internet, apprendo di questo film di produzione francese che ha ricevuto un’ovazione a Cannes con conseguente premio della giuria. Mezzo musical, mezzo drammatico, mezza commedia, un altro mezzo e facciamo due, è ambientato in Messico ma girato in Francia (parkour). Insomma, ce n’era a sufficienza per farmi chiudere la pagina del browser senza colpo ferire, cosa che ho fatto.
Con il passare dei mesi capisco però di aver commesso un errore madornale. A [In?] mia discolpa, non potevo certo immaginare che si potesse formare una gigantesca shitstorm attorno alla pellicola (di cui non conoscevo nemmeno la sinossi). Si scatena una sequela di polemiche di quelle che piacciono a noi, che partono da una risposta sgarbata data a uno stagista sul set fino alla scoperta della fondazione della casa di produzione da parte di un nazista imparentato con Weinstein.
Ma perché, di che tratta il film? “Emilia Pérez” è la storia di un narcotrafficante messicano che, con l’aiuto legale, pratico e affettivo di un avvocato decide di sottoporsi ai trattamenti medico-chirurgici necessari per compiere una transizione completa da uomo a donna e cambiare radicalmente la propria vita.
Dunque, i due poli di attrazione del film sono il Messico e l’identità transgender. E qui la produzione fa la giocata: fa incazzare contemporaneamente messicani e associazioni transgender.
L’opinione pubblica messicana lamenta la banalità e gli stereotipi di cui sarebbe pieno il film, la ridicolizzazione della lingua ispanico-messicana e l’assenza di messicani nel cast. Se posso, mi schiero con loro: che razza di film sul Messico è uno in cui non recita Salma Hayek e nel quale non si usa nemmeno l’autentico filtro giallo? A sedare gli animi fortunatamente è intervenuta la direttrice del casting che ha risposto che non c’erano attori messicani adatti ai ruoli. All-in su di lei come prossimo premio Nobel per la pace. Il regista, non volendo essere da meno, ha giustificato la scelta di recitare e cantare in spagnolo perché lo spagnolo è la lingua dei poveri. Ehi, comunità internazionale: le questioni russo-ucraina e israelo-palestinese hanno trovato l’uomo che condurrà i negoziati.
Le associazioni invece hanno criticato la superficialità con cui sarebbe stato affrontato il tema della transessualità. Ma se si parla di superficialità la corona non può che essere data all’attrice protagonista spagnola transessuale Karla Sofía Guascón, che negli anni si è resa protagonista di dichiarazioni razziste e islamofobe.
Capite bene che di fronte a una tempesta così serviva mettersi al lavoro e per precauzione chiudere le scuole a Napoli.
Chiusa questa lunga premessa che serviva unicamente a fare gossip e a rassicurarvi su rigidi criteri di scelta dei film da parte della redazione, ora posso darmi la mia versione non richiesta del film.
Sarò impopolare: il film mi è piaciuto e ritengo che le critiche “politiche” di cui sopra non scalfiscono [scalfiscano?] “Emilia Pérez” in quanto opera cinematografica.
È vero, il film sfugge a una categorizzazione classica – mischia dramma, musical, commedia, per quanto ne sappiamo Wikipedia potrebbe addirittura definirlo un film sportivo – ma non dà mai l’impressione di NON essere qualcosa di compiuto. È vero pure che sfocia in una sperimentazione spesso eccessiva, basti pensare al numero di scene girate in set chiusi (anche per favorire le coreografie di ballo) che un po’ stride con l’ambientazione “selvaggia” messicana e sembra catapultarci tutti nel teatro delle elementari per la recita di fine anno, ma anche in questo caso non mi è sembrata una scelta tale da farmi strappare le pupille dalle orbite.
Lo confesso: canto, ballo, pallottole, bisturi, amore e lacrime riescono a star bene insieme e a regalare qualcosa allo spettatore. E ve lo dice la persona che più di tutte si è stupita di apprezzare un film (anche) cantato e ballato, ossia me stesso.
Il merito è anche di un dosaggio giusto di sequenze ballate e cantate; per intenderci, non c’è nessuna Callas che spacca vetri mentre 800 ballerini sullo sfondo si muovono in sincronia rispetto a fuochi d’artificio e fiotti d’acqua di fontane artificiali. Inoltre, si legano bene le frizioni del trio Guascón-Saldaña-Gomez (la buona, la brava e la stronza), con l’ultima che è stata chiaramente presa solo perché conosceva lo spagnolo.
“Emilia Pérez” mi convince proprio perché è un melting pot di cose diverse mai accostate prima con questa audacia. E poi non posso tradire la linea politica di 70mm che strizza l’occhio a chi, come Willy il coyote, riesce a sabotare i suoi stessi successi: un film che riesce nell’impresa di crearsi una reputazione cinematografica importante per poi vederla distruggere da una produzione di gringos francofoni è da Oscar, senza se e senza ma.
