Don’t worry darling

23 Luglio 202462/1008 min
Uscita
2022
Regista
Olivia Wilde
Paese
USA
Durata
122 min
Voto complessivo
I nostri voti
Regia
Recitazione
Sceneggiatura
Fotografia
Effetti speciali
Colonna sonora
Semantica
In breve
L'opera seconda di Olivia Wilde si impegna al massimo per cercare di essere un po' di tutto: impegnata, avvincente, sorprendente, innovativa. Non eccelle in niente, tipo quando pensi di aver fatto un esonero straordinario e poi ti presenti all'orale con 18. Le consiglierei di presentarsi al prossimo appello.

“Don’t worry darling ” è la rassicurante risposta di Olivia al legittimo dubbio dello spettatore che si possa godere di un thriller innovativo e sorprendente. Un po’ come se la regista statunitense ci dicesse un: “Statte bono ninnè, nun t’agità” dopo essere stata posseduta dallo spirito della Sora Lella. Se vi chiedete cosa vuol dire, “vor di che va piate nder culo”.

Che sia messo agli atti, la pellicola è piacevole.

La storia è ambientata negli anni ’50 a Victory, una ridente cittadina sperimentale americana, la cui scenografia è stata palesemente scolorita e riciclata dal set di Barbie, che il suo creatore ha deciso di fondare nel mezzo del niente, talmente sperduta nel deserto che Dubai al confronto in quegli anni era un crocevia. Il fondatore della città, nonché padrone dell’unica azienda e leader supremo, è Frank. Un uomo venerato da tutti, affabile e carismatico, praticamente Berlusconi con gli addominali.

All’interno dell’esperimento Victory sono tutti felici: gli uomini lavorano tutti per la stessa società, che poi è anche l’unica esistente, e le donne trascorrono le loro giornate pulendo casa, preparando la cena per i loro mariti, bevendo più dei ragazzi di The Wolf of Wall Street e organizzando cene tra coppie. Una vita tra party e patriarcato, il giusto connubio tra Vannacci e Lapo Elkan.

Ora Victory ha due sole regole: non andare nel deserto, come se qualcuno potesse mai pensare che sia una saggia idea avventurarsi nel nulla cosmico, e non rompere le palle a Frank e sua moglie con domande di alcun tipo, soprattutto se poste da chiunque usi pronomi femminili.

Insomma, una situazione idilliaca e gioiosa, se non siete super fan dei diritti delle donne, che inizia a vacillare quando la nostra protagonista, interpretata da una eccezionale Florence Pugh, decide di infrangere gli unici due comandamenti facendo comparire le prime crepe su questo american dream Anni 50.

È proprio qui che la fabula diventa intreccio ed inizia il thriller e di conseguenza il gioco, rigorosamente spoiler free, tra me e i milioni di lettori del nostro blog: quanto tempo impiegherete per indovinare l’imprevedibile plot twist? Chiunque superi i 20 minuti perde automaticamente. Voglio concedervi un piccolo indizio per aiutarvi a trovare la soluzione al grande segreto di Victory: per quale assurdo motivo in un esperimento americano di società perfetta dovrebbe essere presente e trattata come pari una coppia di colore nero (se non avete colto la citazione vi ricordo che salvate la vostra anima solo perché il razzismo è una piaga leggermente peggiore di voi)?

La soluzione di questo gioco è un colpo di scena banale ed estremamente prevedibile, probabilmente ideato più pensando al messaggio che alla qualità cinematografica. La regista prova a dire molte cose belle e giuste con questo film, ma forse la verità è che riesce ad esprimere pochi e superficiali concetti. Il messaggio che ne deriva non riesce ad andare molto oltre l’identificazione dell’uomo e del patriarcato come un mostro rimasto invariato fino ad oggi. Anche la rivincita della protagonista ha poco a che vedere con una ritrovata consapevolezza e sembra attingere più dalla filosofia di Jason Statham che da quella di Olympe De Gouges.

Forse se si fosse fermata allo spaccato di vita quotidiana anni ’50 senza tentare il triplo carpiato azione, fantascienza, thriller avrebbe potuto dedicare più tempo allo sviluppo di tematiche sicuramente meritevoli di un respiro più ampio. D’altra parte, non tutti possono ambire ad essere la nostra Paolona nazionale, per questo cara Olivia ti invito a vedere c’è ancora domani e subito dopo leggere QUI la migliore recensione mai scritta sul film.

Rileggendomi direi che ho sfondato il film più del necessario, ma, come già scritto, l’opera è carina: danno tanto l’ottima interpretazione di parte del cast ed alcune scelte di regia molto interessanti. Peccato solo per alcune scene completamente a vuoto messe solo per l’effetto saltburn o per fare una cosa prevedibilmente inaspettata : vedi scena in camera da letto e la parte finale con la moglie di Frank.

Insomma, per concludere, vedetelo, parlatene e seguite il saggio esempio di Olvia Wilde: se siete attori e registi, assegnatevi sempre il personaggio non protagonista più fico.

P.S. Harry Styles ti ho volutamente omesso da questa recensione solo perché odio te e tutti i Jared Leto, voi infami che sapete fare tutto e neanche troppo male. Pubblica gogna e pena di morte per chiunque performi più del minimo indispensabile per sopravvivere.

<blockquote>…</blockquote>

Autore

Quentin Malandrino

Quentin Malandrino

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